Imparare divertendosi, praticare col sorriso… #2

Seconda parte:
Il ruolo del formatore

Riferendoci a quanto scritto nel post precedente, da cui si rilevano i concetti basilari e appurato che è indubbia l’efficacia di questi strumenti per il benessere dell’individuo, occorre distinguere ruoli e momenti.
Se stimolo al cambiamento e comprensione sono favorite da un atteggiamento giocoso ed esaltate dal piacere di una bella risata, perché non utilizzarle per rendere più fruibili e meno pesanti i percorsi che decidiamo di affrontare nel nostro sviluppo sia come operatori shiatsu, ma anche come insegnanti?
Alcuni di noi oltre che operatori shiatsu (ed altre discipline per il benessere) sono anche insegnanti, questo ci investe di un compito ancora più importante che è quello di gestire il ridere, lo scherzare in modo costruttivo perché queste risorse si mantengano tali e se ne capisca il senso e non si trasformino in forme di demenzialità distruttiva che non porterebbero alcun beneficio. Quando si affronta un percorso evolutivo è fondamentale una profonda ricerca di se stessi, uno sviluppo spesso basato sull’introspezione e l’ascolto, una attenta analisi fatta di piccoli passi a volte anche impegnativi e non sempre indolori. E’ chiaro che se queste fasi di crescita sono spesso caratterizzate da “fughe” costruite sulla battuta ad ogni costo, il risultato del percorso non potrà che essere superficiale e di costituzione fragile.
Lo sviluppo dell’ascolto, strumento principe dell’operatore shiatsu (ma anche dell’insegnante…), si basa anche sulla comprensione del momento giusto per lasciar nascere la risata e su quello dove è costruttivo gestire il gioco.
Facciamo bene attenzione, non sempre una risata, utile per un allievo in quel dato momento, è utile anche per il compagno che in quel momento affronta un importante passo dentro di se, quindi il compito del “formatore” è di capire e gestire in modo costruttivo l’ilarità del gruppo. Un formatore (badate bene che non ho scritto insegnante o istruttore) deve “costruirsi” la giusta autorevolezza grazie alla quale essere sempre in grado di sfruttare le opportunità più idonee alle diverse fasi evolutive degli allievi.

Una lezione costruita con perizia e basata su una giusta dose d’ilarità consentirà un maggior fattore di memorizzazione basato, oltretutto, sulla percezione positiva della disciplina.

Sarà scontato, ma un operatore che “sta bene” può trasmettere benessere, un insegnante che apprezza con gioia il suo lavoro e la materia che insegna può trasmettere passione per l’apprendimento e la ricerca.

Una formazione basata su esperienze “importanti” vissute, però, con gioia, piacere e divertimento consentirà di strutturare quella consapevolezza del proprio benessere capace di rendere percepibile ai nostri uke (utenti che vengono da noi a farsi trattare) la soddisfazione di quanto conquistato….non solo una tecnica, ma uno stile di vita.
Chi non ha sperimentato come le preoccupazioni, più o meno grandi del quotidiano ed il conseguente accanimento psichico (elaborazione mentale ossessiva) non favoriscano la consapevolezza e la soluzione dei problemi? E’ a questo punto che una bella risata diviene uno strumento chiave per spegnere il lavorio mentale, forse non risolutivo, ma semplice fautore per l’accumulo di nuove risorse, risvegliando la mente inconscia attraverso il non-fare e il non-pensare e favorendo la creatività come presupposto a libere e nuove associazioni mentali.

Per i monaci buddisti, lo Zen, trasmette che quindici minuti di risate equivalgono a sei ore di meditazione! Come scriveva lo psicanalista Ernst Kris: “… sotto la spinta della battuta di spirito, torniamo all’allegria dell’infanzia. possiamo finalmente liberarci dai legami del pensiero logico e divertirci in una libertà dimenticata da anni”, ma quando siamo immersi in uno dei nostri trattamenti di shiatsu, secondo voi, che stiamo facendo? A me ha colpito il parallelismo fra assenza di pensiero logico, tipico di molte forme di gioco, e assenza di elaborazione mentale tipica di un trattamento shiatsu di un operatore evoluto. Ma anche nella fase evolutiva dell’allievo, spesso, ricorriamo a tecniche che favoriscono l’assenza di razionalità come le visualizzazioni e gli esercizi respiratori.

E’ dimostrato che la risata, la felicità e la gioia del gioco sono pulsioni contagiose…come lo è uno sbadiglio, cominciamo noi, prima che ci impongano sempre nuovi vaccini (crisi economiche spaventose, epidemie inesistenti, ecc.) atti a morigerate la serenità delle masse, scateniamo un’epidemia di felicità, perché, inoltre, il riso apre le porte alla comunicazione, ma il nostro fanciullo interiore, energia creativa e stimolante, deve essere incoraggiato; affidarci solo al pensiero positivo indotto non basta ed è per questo che l’aspetto ludico della didattica deve essere “formato” come si fa per la nostra tecnica; imparare a ridere quando è il momento, ironizzare senza offendere e senza distruggere, tutti aspetti di un ascolto consapevole e maturo che richiedono un’attenta evoluzione. Perché ridere e scherzare non significa prendere in giro il prossimo, ma dare piuttosto una chiave di lettura differente, originale e magari inattesa che può stimolare molti più recettori di quelli che ci saremmo aspettati.

L’osservazione delle cose attraverso anche un loro lato buffo, ci offre l’opportunità di averne un’altra percezione che si discosta dai nostri riferimenti educativi e culturali molto spesso assai strutturati.

In un processo di formazione la gestione del “far ridere” dovrebbe essere curata in modo attento perché come tutti gli strumenti, che manifestano un certo potere, non è certo facile da usare; ridere con i nostri allievi, o con i nostri uke, ci impone di scendere dal piedistallo protettivo del docente che sa tutto e dell’operatore stregone e a mettersi a confronto su piani umanamente comparabili.
Se è vero che uno dei dogmi fondamentali dell’insegnamento è che molto lo impariamo dai nostri allievi, allora è fondamentale, dal momento che decidiamo di scherzarci e giocarci assieme, essere “forti” di una formazione adeguata che ci consenta il passo senza perdere il rispetto e l’autorevolezza.

David Hirsch

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5 thoughts on “Imparare divertendosi, praticare col sorriso… #2

  1. Un articolo interessante e sicuramente su cui riflettere a lungo. D’impatto mi viene da dire che senza dubbio lo shiatsu per molti aspetti aiuta ad abbandonarsi, a ritrovare il contatto con l’altro e con se stessi, aiuta a ritrovare quel pensiero autistico o magico di cui parlava Freud e che in età adulta ritroviamo nelle associazioni libere, nei sogni ad occhi aperti e forse, chissà anche nella risata. Il ruolo dell’insegnante, o formatore, è molto complesso e necessita di un equilibrio tra “chi sa” e chi “può imparare dagli altri”. Autorevolezza, come si dice nell’articolo. Una bella sfida per ogni “educatore”.

    • Ciao Valentina. Sì, è un argomento molto stimolante. Ed è molto interessante il tuo accostamento con il pensiero autistico del Dottor Freud…
      Io, invece, ho elaborato altre riflessioni di taglio un po’ differente. Trattandosi di me ne è venuta fuori una roba un po’ sull’ideologico-andante con brio… 🙂
      …prossimamente su questi schermi…

  2. Apprezzo i vostri commenti e mi danno da pensare che l’argomento suscita interesse…proprio nell’ultimo weekend di lavoro ho vissuto un momento di sana ilarità di gruppo…una lezione di shiatsu su argomenti estremamente seri, strutturata su un gruppo molto conviviale che accettava di stare allo scherzo, alla provocazione..e qui mi riallaccio alla parte relativa al formatore, al gestore della situazione perchè lavorare con questa sintonia rende sicuramente molto più gradevole la situazione però ti senti anche sempre sul filo di una lama, è un attimo scadere nel faceto distruttivo, basta perdere le redini per un secondo e l’autorevolezza rischia di essere travolta da una situazione ingestibile. Confermo che è un gran bel lavorare, ma anche una sfida per la formazione del formatore, un mettersi veramente alla prova e, più che altro uno strumento di crescita continuo perchè l’interagire col gruppo si avvicina moltissimo a piani equilivello dove la cattedra non esiste più a difesa dell’uno che affronta i tanti. Quando il gioco fluisce, la didattica vola ed i concetti si assimilano arricchiti da un DNA piacevole…
    David Hirsch

    • “proprio nell’ultimo weekend di lavoro ho vissuto un momento di sana ilarità di gruppo…”: vi siete presi gioco di me, marrani!!! 🙂
      scherzi a parte (sì, è stato un momento molto buffo), effettivamente, anche se può essere facile discernere tra una risata liberatoria in un clima sereno e una di fuga da una situazione scomoda, non lo è altrettanto riuscire a “tenere” un gruppo una volta dato il via alla stura dell’idiozia di massa… è un gioco di equilibri da gestire con sapienza… e, comunque, per dirla con Rabelais, rider soprattutto è cosa umana…

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