Imparare divertendosi, praticare col sorriso… (Riflessioni aggiuntive apocrife)

di Guido Bagni

Dopo aver letto gli articoli sullo “shiatsu demenziale“, se così vogliamo chiamarlo, mi sono imbattuto in un vecchio pezzo di Umberto Eco, “Elogio di Franti”, pubblicato nel suo “Diario Minimo” oltre quarant’anni fa e che mi ha fatto suonare alcune campanelle in testa, portandomi a considerazioni di stampo leggermente diverso da quelle di David… si può dire un po’ meno “energetico” e un po’ più “ideologico”.

Come diceva Bergson, citato da Paolo Rossi, la comicità si abbatte su chi cade in fallo: se un uomo scivola su una buccia di banana noi ridiamo, ma lui ride un po’ meno… Si ride a squadre, insomma… Ecco, vorrei ragionare su questo. Da quanto ho vissuto e ho visto in giro per l’Italia, anche se nella mia breve esperienza, il nostro mondo, quello dello Shiatsu intendo, si prende maledettamente sul serio. Beh, non sempre, fortunatamente. E’ ovvio, ci sono anche occasioni in cui ciò è necessario… ritengo comunque che gli articoli di David siano, per un certo aspetto, di “rottura” con l’ambiente serioso che, spesso, si viene a creare per i più disparati motivi. Facendo psicologia spicciola, posso immaginare che ciò venga dal desiderio di avere maggior credibilità, dalla brama di autorevolezza, dalla ricerca di conferme per le insicurezze che tutti noi ci portiamo dentro e che alcuni non sanno accettare. Ciascuno secondo la propria storia e la propria indole. Per capire un po’ meglio dove vorrei arrivare diamo un’occhiata a quanto scrive Eco:

” […] bene aveva fatto Baudelaire a identificare il Riso con il Diabolico ed a vedervi il principio del Male. Agli occhi di Colui che tutto sa, il riso non esiste, e scompare dal punto di vista della scienza e delle potenze assolute. E’ chiaro: dal momento che di un ordine esistente si ha certezza e corresponsabilità, dal momento che vi si assente dogmaticamente o vi si aderisce consustanzialmente, quest’ordine non può essere messo in dubbio, e il primo modo per credervi è di non riderne (1). Il riso, dice Baudelaire, è proprio dei pazzi: di coloro che non si integrano all’ordine, dunque. Per colpa loro, nel caso dei pazzi; ma nel caso sia colpa dell’Ordine? Chi sarà allora il Ridente? Colui che ha avuto coscienza della caduta, e quindi della provvisorietà dell’ordine dato (2). Il cattivo dunque, colui che ha colpevolmente mangiato all’albero del bene e del male? Ma questa è l’interpretazione del Ridente data da chi non ride, e accetta l’Ordine. Per lo scolastico messo alla berlina da Panurge, nel dialogo con Thaumaste fatto a gesti e a sberleffi, il gioco di Panurge è un attentato diabolico. Per noi, nati da Rabelais, il gioco di Panurge è allegra profezia di una nuova dialogica, e comunque messa a punto della vecchia, resa dei conti (3). Chi ride è malvagio solo per chi crede in ciò di cui si ride. Ma chi ride, per ridere, e per dare al suo riso tutta la sua forza, deve accettare e credere, sia pure tra parentesi, ciò di cui ride, e ridere dal di dentro, se così si vuol dire, se no il riso non ha valore (4). Ridere del piegabaffi, oggi, è un gioco da ragazzi; ridete dell’usanza di radersi, e poi discuteremo. Chi ride deve dunque essere figlio di una situazione, accettarla in toto, quasi amarla, e quindi, da figlio infame, farle uno sberleffo (5). (Franti a parte, solo di fronte al riso la situazione misura la sua forza: quello che esce indenne dal riso è valido, quello che crolla doveva morire. E quindi il riso, l’ironia, la beffa, il marameo, il fare il verso, il prendere a gabbo, è alla fine un servizio reso alla cosa derisa, come per salvare quello che resiste nonostante tutto alla critica interna. Il resto poteva e doveva cadere.) (6)

(Umberto Eco, “Elogio di Franti” in “Diario Minimo”, 1963, Milano, ed. Mondadori)

Tanto per dare due coordinate, qui Eco parla di Franti, il “cattivo” del libro Cuore, e della sua attidudine a ridere di cose ben poco ridicole suscitando così l’odio di Enrico, il narratore. In questo brano, sempre Eco, paragona la figura e il riso di Franti a Panurge, altro personaggio dai modi alquanto discutibili nel Pantagruel di Rabelais. Vediamo con ordine i punti del discorso che più mi hanno stimolato.

(1) Come accennavo prima, si ride a squadre. Il riso, nell’analisi di Baudelaire qui proposta, è estraneo a colui che è, in qualche maniera, dentro ad un contesto di potere (dove, per potere, si può intendere di tutto: da quello economico, a quello politico o decisionale, a quello culturale di chi si assurge a Maestro). Chi crede ciecamente (in senso letterale) a qualcosa e decide di incarnarne i concetti, non potrà mai riderne.

(2) Chi ride, allora? Chi non si allinea. Chi, in una certa maniera, si oppone al dogma. Ma la causa del riso è in colui che ride o, piuttosto, risiede nel fatto che chi ride si è accorto della caducità del dogma stesso?

(3) Gli sberleffi e le risa possono anche essere un modo diverso di comunicare, prodromo di un confronto (che noi amiamo pensare molto educato e alquanto costruttivo).

(4) Le risate devono essere intelligenti, mica sfottò da ragazzini tipo “quattrocchi spara pidocchi”! La risata potente è quella che viene da colui che crede in quello su cui scherza: “ridere dal di dentro” dice Eco. Questo è anche, ad esempio, il senso profondo dell’umorismo ebraico: le storielle Yiddish sono formidabili e feroci ma se fossero raccontate da un goy (un non-ebreo) sarebbero di un antisemitismo rivoltante (e chi ha visto almeno uno spettacolo di Moni Ovadia sa di cosa parlo).

(5) Ridere di qualcosa implica anche amore per ciò di cui si ride, perché…

(6) …vuol dire mettere alla prova ciò in cui si crede, passarlo al setaccio dello sberleffo. Un dogma serio e solido non potrà mai vacillare di fronte alla satira, anche se dura. Se non dovesse sopravvivere a ciò, allora non era solido a sufficienza e, quindi, bene che sia franato. La risata è un servizio reso alle idee.

In sintesi, per quello che mi riguarda, diffido profondamente di chi non è in grado di ridere di sé o dei suoi dogmi. In primis perché ciò ne fa un fondamentalista. Poi, perché non esiste possibilità di dialogo. Sospetto, anche, che le persone troppo serie, in realtà, più che amare la propria disciplina o la propria filosofia, la subiscano. Con una certa dose di rancore, oserei dire. Infine, la mancanza di riso, di satira, di ironia, sono sintomi di immobilità: è un modo triste di preservare ostinatamente le proprie opinioni senza avere il coraggio di metterle in gioco.

Ecco, personalmente, se nell’ambito dello Shiatsu dovessi trovarmi di fronte a siffatti individui, alzerei un sopracciglio e poi me ne andrei. Ah, sì: ne ho incontrati, comunque. Ma non pensiate che vi faccia dei nomi…


Cari amici, se leggermi vorrete
liberatevi prima d’ogni affanno
e leggendo non vi scandalizzate: qui non c’è né miasma né malanno.
Vero è che ben poco crescerete
in perfezione salvo che nel ridere.

(François Rabelais)

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5 thoughts on “Imparare divertendosi, praticare col sorriso… (Riflessioni aggiuntive apocrife)

  1. E’ una questione d’ ironia,
    se vuoi sdrammatizzare
    e quando pensi di sapere
    hai ancora da imparare,
    se corri arrivi più veloce
    ma forse perdi delle cose
    e quando credi sia finita
    un’occasione nuova avrai,
    ma chi l’avrebbe detto mai.
    Grazie a tutti,
    che date vita alla mia vita,
    in questa favola infinita,
    che mi ha insegnato a guardare avanti
    anche se ferito al cuore,
    mi e’ servito per capire,
    grazie a chi mi ha detto no,
    alle sfide, alle salite
    ed alle mani di mio padre
    e a quella porta chiusa in faccia,
    a chi non mi ha tradito quella volta,
    per quanto ho dato e quanto ho avuto,
    per quanto ho riso, pianto, sperato,
    per ogni giorno che ho ricominciato,
    per ogni istante regalato, voglio dire:
    grazie a tutti!

  2. Wow, ho letto l’articolo d’un fiato, grazie Guido per gli alti voli. Ora mi sento meno in colpa, per il katalendario, per il rap su lamoli, per le mille divagazioni surreali fatte con Marcello in particolare e altri in seminari di formazione, nei momenti di pausa, a volte dissacrando spiritosamente la formalità e i riti della nostra disciplina. Lo sapevo anche prima, ma tu me l’hai chiarito, lo facevamo e lo facciamo perchè amiamo lo Shiatsu….

    • “Divagazioni surreali”???

      Io pensavo stessimo trattando filosoficamente i grandi temi inerenti il senso della vita, il mistero rappresentato dalle donne, in nostro posto nell’universo, chi siamo e dove stiamo andando, se mettere o meno lo zucchero nel castagnaccio, se è più forte Hulk o la Cosa, etc………..

      Marcello

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