Poche ma Buone? (ovvero: “I Dubbi dello Shiatsuka Insicuro”).

di Guido Bagni

Al convegno di Arcidosso ho partecipato ad un gruppo di studio con Marcello Marzocchi. Lì mi è capitato di esprimere un paio di opinioni che mi sono valse la visita, dopo il lavoro della mattina, di un paio di operatori sentitisi colpiti sul vivo. Mi ero ripromesso di argomentare meglio nel pomeriggio e spiegare le mie dichiarazioni che, a causa della voce completamente fuori uso, mi erano uscite un tantino telegrafiche. Purtroppo non c’è stato modo né tempo. Dopo lunghe riflessioni, provvedo qui.

La sorgente della questione è stata il punto di vista dell’ottimo Libano Rossi, della Scuola Shin Shiatsu che (spero mi perdoni) sintetizzo brutalmente con: più tecniche conosco e padroneggio, meglio è. Assolutamente condivisibile. Più ricco è il mio bagaglio e più strumenti ho a disposizione per poter strutturare in modo efficace il mio trattamento. Diciamo un archivio ben assortito dal quale scegliere la tecnica più adatta per Uke in quel preciso momento.

La mia posizione riguardo a questo è stata: sono completamente d’accordo, ma attenzione a non strafare. Per me, fare un trattamento non significa esibire con vanagloria tutto il mio repertorio con trazioni, mobilitazioni articolari, stiramenti, fazzoletti colorati annodati tutti in fila, conigli tirati fuori dal cilindro, Uke segato in due e voli di colombe dalle maniche del kimono. Preferisco concentrarmi su poche pressioni, curandole molto, piuttosto che trattare tutti i punti possibili e immaginabili che posso trovare in una mappa. Non parliamo poi di mischiare discipline differenti, ad esempio shiatsu e tui-na. Ogni disciplina sottende una filosofia che, sia che ne siamo pienamente consapevoli o meno, viene “passata” ad Uke il quale, in una qualche misteriosa maniera, la percepisce. A mio avviso un trattamento “misto” confonde chi lo riceve. Ecco: questo è stato il mio pensiero manicheo. A mia discolpa posso dire che, con la gola a pezzi, avevo a disposizione solo poche parole e ho dovuto esprimermi in economia.

Passo a spiegare meglio il perché della mia intransigenza.
Essenzialmente stavo parlando a me stesso. Nella mia pratica quotidiana sono attanagliato dai dubbi: se fidarmi o no delle mie percezioni, se sto lavorando in modo efficace, se quel punto bastardo che non ne vuol sapere di cambiare resta così perché non l’ho trattato come si deve… una selva di domande che conducono inesorabilmente alla frustrazione di non vedere i risultati sperati. In questi casi perdo di vista il senso del trattamento, il piacere di condividere un’ora con il mio Uke e mi ostino nel cercare una soluzione ad un problema che, semplicemente, non esiste. Quante volte ho detto agli studenti che assisto ai corsi, e a me stesso: fai le pressioni con amore e il resto verrà da sé. Come se fosse facile da mettere in pratica… A volte mi capita di strafare. In questi casi mi affido alla speranza che il mio Uke abbia fiducia. Se, dopo un trattamento in cui ho trovato il petrolio trivellando col pollice il suo percorso di vescica biliare, è afflitto dal mal di testa, mi auguro che ritorni ripromettendomi di accettare quello che non cambia e di regalargli il trattamento più piacevole che ho in serbo. Se, invece, ciò non accade e Uke cambia numero di cellulare, indirizzo di casa e, magari, anche cognome per rendersi meglio irreperibile, mi prendo a schiaffi e mi mortifico (ho i peggiori sensi di colpa mai visti a partire da Raskol’nikov fino ad arrivare ai giorni nostri). Si procede per prove ed errori, insomma.

In definitiva, le mie lotte quotidiane contro la voglia di far vedere quanto sono bravino, esibendo tutto il mio repertorio, e contro la mia insicurezza, si risolvono con il “fare meno”. Se quel determinato percorso non cambia, fa lo stesso: è inutile accanirsi, probabilmente lui sta bene così com’è. E, se ne ha voglia, me lo farà sapere la prossima volta. E’ molto difficile, però, non indulgere nella stupida sfida di “averla vinta”.

So che i miei dubbi e le mie insicurezze non sono nulla di nuovo e so che sono in buona compagnia. Certo sarebbe bello che qualcuno mi dicesse come affronta tutto ciò. Io, intanto, continuo a dire: fai le pressioni con amore e il resto verrà da sé. Se lo ripeto molte volte, magari, va a finire che, prima o poi, ci crederò anch’io…

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11 thoughts on “Poche ma Buone? (ovvero: “I Dubbi dello Shiatsuka Insicuro”).

  1. Caro Guido, concordo PIENAMENTE! Purtroppo esiste una enorme differenza tra cio che alle volte viene “venduto” nei Corsi e/o Seminari vari e cio che un Buon Operatore fa nella sua pratica quotidiana. Lo Shiatsu è semplice ma non è semplice apprendere questa semplicità ed essenza. Poi si aggiungono i “bisogni personali di ognuno di apparire o mostrare” e sovente la frittata è fatta. Il mio è un discorso generale senza alcun riferimento all’amico Libano del quale ho gradito la presenza.
    Alcuni giorni fa leggevo il titolo di un Seminario organizzato da una scuola, cosi diceva “Come Connettersi e Trattare i Meridiani senza l’ausilio di mappe e conoscenze pregresse”, sicuramente un titolo accattivante. Io lo ritengo demenziale. Il Ki per sua natura non si può percepire nè con l’utilizzo di Mappe e schemi vari nè facendo finta che non esistano. Il Ki è presente in forme diffrenti in tutto il “Creato” visibile ed invisibile. Solamente chi ha (con fatica ed impegno) sviluppato una capacità percettiva potrà avvicinarsi ad esso, sia seguendo Mappe e Percorsi creati da altri che attraverso la propria libera “intuizione” e visione.
    Ma come tu ben sai la “michetta” va guadagnata e allora vai…. Buona giornata, Attilio.

  2. Questo blog sta diventando interessante, anche se ancora per pochi intimi.
    La proposta di David di vivere dei momenti di condivisione del “trattamento quotidiano dell’istruttore” mi ha subito intrigato, ma ho capito perchè solo quando mi sono trovato dal vivo con un gruppo di soci di diversi livelli di pratica e mi sono chiesto e ora che faccio dico??
    La prima difficoltà è stata contestualizzata, perchè il trattamento si differenzia da Uke a uke , ma anche da incontro a incontro.
    Le variabili sono tantissime, ma non solo di tecnica , di approccio di contatto.
    Il primo trattamento mi affido a tecniche collaudate che mi permettano di fare conoscenza di uke e permettano a lui/lei di riconoscere il contatto e affidarsi.
    Anch’io come il buon Guido ho vissuto e a volte rivivo la sindrome “pippe mentali” o cosa sarà meglio fare ??’ o Cosa ha funzionato/non funzionato.

    Credo di aver chiari alcuni punti che esprimo sinteticamente
    1)In un buon trattamento conta molto di più il come che il cosa si fà(quindi può essere anche la tecnica più semplice, ma con tutta la presenza e l’attenzione )
    2) Le tecniche, avere più strumenti è senz’altro utile, ma poi scelgo istintivamente quelli che sento più miei, per esperienza, per simpatia, per capacità anche fisiche.
    3)Altre tecniche un pò le uso, ma sinceramente non me ne accorgo, sono integrate in un buon 80/90% di pressioni.
    ma poi credo che se lavori col contatto è inevitabile sperimentare, e se scelgo di utilizzare maggiormente la pressione è perchè è per me il modo più completo e versatile di percepire me ed uke.
    4)La mia condizione conta molto, se non sto bene, ho la testa altrove, sono molto più tecnico, curo di più la postura, il respiro, la tecnica, e questo gradualmente contribuisce a farmi entrare in contatto con uke e generalmete a trasformare il mio malessere.
    5)Credo che tutto ciò che si studia, si apprende si sperimenta, poi abbia l’unico fine o dovrebbe averlo di riuscire a mettersi il più possibile nei panni della persona che sto trattando, anzi esagero, essere io al suo posto e quindi intuirne e condividerne i desideri e le aspettative.
    6)Le cose succedono quando meno te le aspetti, e se sei in grado di coglierle, capisci che tutto è molto più semplice. è la vita baby

  3. chiiedo scusa scrivo malissimo, perchè invio di getto, spero che si colga il senso e prometto, rileggerò bene prima di inviare.

  4. Che bello, si parla di dubbi!

    Concordo con quanto scritto da Guido, Attilio e Livio, ma “mi viene” da precisare alcune cose, per come mi vivo lo shiatsu ed i trattamenti.

    Guido parla di “amore”. Sostituirei – almeno per quanto mi riguarda – con “attenzione, interesse e curiosità”. Non credo di provare spesso amore per il mio uke (salvo imbastire un’interminabile discussione su cosa intendiamo per “amore”…); al contrario cerco sempre di essere attento a com’è, rispettandolo anche se – magari per altri versi – mi è poco simpatico!
    Allo stesso modo provo sempre una grande curiosità – e credo sia quanto mi continua a spingere a praticare – per quella roba misteriosa che si sviluppa nel trattamento: quello che sento (o credo di sentire, che è la stessa cosa…) in me ed in uke, spesso incasinato e poco chiaro ma tutte le volte affascinante.
    Questa curiosità è ultimamente sempre più alimentata dalla mia “simpatica crisi” verso le varie teorie che ti spiegano la realtà (o forse provo solo un pò di fastidio per chi continua ad identificare “La Teoria” – ovviamente quella “vera”, a discapito delle altre – con la realtà?). Trovo che questa perdita di certezze renda molto più interessante quanto accade nel trattamento.

    Per quanto riguarda il bagaglio tecnico, ci siano diversi fattori che spingono ad ampliarlo o meno.
    Se non sono sicuro di quello che faccio o non ho risultati (spesso le due cose sono intimamente collegate, almeno per mia esperienza…), tendo a cercare qualcos’altro: nuova tecnica, nuova strategia, nuova Scuola, nuovo Maestro, nuova teoria, etc.
    Penso sia una ricerca lecita, purchè non infinita. Altrimenti, nel cercare sempre la nuova cosa (migliore di quella che conosco già), non approfondisco nè sviluppo mai quanto ho già appreso.
    Inoltre ho il forte dubbio che tale ricerca sia anche dovuta al non aver trovato – come ricordava Livio – quanto mi permette di esprimermi al meglio.
    Personalmente nel trattamento faccio solo pressioni perchè E’ QUANTO MI PIACE, il modo con cui a Marcello piace comunicare col suo uke.

    Saluti e baci.

    Marcello

  5. Che belli che siete! Grazie davvero! Un sacco di spunti e di conferme…
    Una sola precisazione al commento di Marcello: quando parlo di “amore” nelle pressioni, intendo un mondo un po’ più complesso di quanto possa apparire o del significato usuale che diamo a quella parola. C’è l’aver cura, c’è la presenza profonda, c’è la comunicazione, c’è il sentire… (che l’interminabile discussione su cosa intendiamo per “amore” abbia inizio!) …e questo anche se l’uke di turno puzza e mi ha appena preso a calci il cane…
    🙂

  6. sono contento se ho suscitato domande incertezze e curiosita’.Io le ho sempre avute,se fossi un apostolo sarei tommaso,perche’ vorrei toccare la ferita di gesu’. cosi’ e’ la mia vita, e’ vent’anni che il mio hobby lavoro e’ lo shiatsu,faccio trattamenti ogni giorno non ho conigli nel cilindro e neanche colombe che esconoi dal kimono. mi ritengo curioso e questo sicuramente alimenta tutta la voglia che ho nel fare shiatsu. nell’incontro di arcidosso non credevo neanche che mi fosse dato spazio per poter dire qualcosa,(sicuramente lo speravo), perche’ condividere le proprie esperienze con gli altri fa’ parte del mio stile di vita, si quando parlo sicuramente mi metto il kimono da insegnante,ma sono veloce anche a mettermi dalla parte dell’allievo quando c’e’ da scoprire qualcosa di nuovo.
    il tempo si era veramente poco per poter esprimere e far vedere qualcosa,figurarsi se potevo trasmettere come vivo giornalmente lo shiatsu . vi garantisco che a me a dato molto,piu’ di quanto potevo immaginare,e sono convinto che ancora ha in serbo tante sorprese. Spero tanto di incontrarvi tutti nuovamente .buona vita

    • Caro Libano, a scanso di equivoci, terrei a precisare, se ce ne fosse bisogno, che non mi riferivo a te quando parlavo di fazzoletti annodati e conigli… piuttosto alle mie tentazioni di voler “dimostrare” ai miei uke… Quello che mi è piaciuto dei tuoi interventi al convegno, è stato il grande rispetto per i tuoi interlocutori, l’umiltà delle tue parole e la generosità nel condividere. Il tuo kimono non è mai stato “ingombrante” (se intendi quel che voglio dire).
      E’ stato bello conoscerti, e sono sicuro che ci incontreremo nuovamente.
      Un caro saluto anche a Maicol.

      Guido.

      • ciao guido,speravo proprio che non fosse diretto a me, sicuramente avrei dato un’immagine distorta di come vivo realmente lo shiatsu. Sono certo che ci saranno altri incontri per conoscerci sempre di piu’. Ti saluta maicol. a presto.
        libano

  7. ciao attilio buona estate anche a te. ti aspetto presto ad abbadia,organizziamo qualcosa dai. un’idea l’avrei “shiatsu e funghi”. che ne dici?

  8. Be’ Guido, questo tuo sentirti “in colpa” di fronte al non cambiamento e tutte le insicurezze che manifesti credo ti portino ad essere in buonissima compagnia! In effetti penso che il lavoro con le persone porti anche ad una riflessione su se stessi, sul fatto che forse non sempre il cambiamento è quello che noi ci aspettiamo o forse che non necessariamente questo avvenga quando ce lo aspettiamo. E’ difficilissimo riuscire ad accettarlo ed accettare anche che un uke non abbia trovato nelle nostre pressione o in noi stessi qualcosa di piacevole. Fa parte della vita e dobbiamo accettarlo. Lo dico astraendomi da me stessa perchè so che deve essere così, ma riuscire a farlo poi è un altro paio di maniche!! Credo fermamente che porsi con accettazione e disposizione al “contenimento” di uke sia indispensabile e alla base del primo rapporto nello shiatsu. Quello che tu chiami “con amore”, no? Facendo i trattamenti mi trovo sempre di più a gestire (ok, qui faccio un riferimento al mio altro post sul transfert:o))) il rapporto che si instaura con uke. Quando avverto che qualcosa non va cerco di staccare la testa e allontanarmi dall’idea che qualcosa di fastidioso si sta mettendo tra me e lui (o lei, ovvio). Non so se faccio bene, per ora è l’unico sistema che trovo.

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