Agli antipodi, ovvero come distruggersi la vita senza apparente motivo alcuno…

Va bene, avete ragione: questa è la scoperta dell’acqua calda… (mi sa che questa dovevo scriverla dopo… meglio procedere con ordine).

Girovagando in cerca di informazione su internet (la mia principale fonte di notizie da che non ho più la televisione senza la quale, per inciso, si vive molto meglio) mi imbatto in una pagina di Repubblica che parla di una nuova inchiesta sull’uso di cocaina.

Una volta, neanche troppi anni fa, l’immaginario collettivo era quello del megamanager, magari neanche tanto mega, o del riccone, o dell’attore, o della modella. Comunque figure appartenenti a un mondo “altro”, non solo dal nostro tutto fatto di cineserie-benessere-namastè-cibibìo-oooommm, ma da quello di chiunque avesse un lavoro “normale”. Il riccone annoiato, la vita dissoluta della star… tutto un film ambientato nei quartieri più esclusivi. Poi, circa dieci anni fa, un mio amico neoarchitetto, all’epoca schiavo 16 ore al giorno in un megastudio di una grande città per circa 600 euro al mese, mi raccontò che il megarchitetto passava, ai sottopagati dipendenti, adeguati quantitativi di coca perché potessero fare notti insonni a finire i progetti. L’inchiesta di Repubblica, quindi, non mi coglie del tutto sorpreso.
Ecco, qui ci sta la storia dell’acqua calda di prima.

Quello su cui vorrei riflettere, però, non è l’uso di sostanze quanto, piuttosto, le motivazioni che lo sostengono. Se ci fosse qualche antropologo in ascolto potrebbe argomentare su come, dove e quanto, nei secoli, tutte le culture abbiano usato (e usino) sostanze psicotrope. Perlopiù per riti sacri, a volte per sopravvivenza (vedi gli agricoltori peruviani e l’uso delle foglie di coca), Questa è tutta un’altra storia e, in ogni caso, non voglio stare qui a fare il bacchettone sul perché le droghe fanno male e bla, bla, bla… siamo tutti d’accordo, in linea di principio. Più o meno.
Mi fa pensare, invece, il fatto che ci sia una grande, grande quantità di persone che sente il bisogno di esigere dal proprio corpo prestazioni ben oltre le proprie capacità solo per “essere più produttivi” o “al passo coi tempi”. Gente, qui si parla di imbianchini, idraulici, elettricisti, camionisti… Perché è così necessario “stare al passo con i tempi”? Soprattutto: chi li decide questi “tempi”?

Del periodo in cui avevo ancora la TV, mi ricordo alcune pubblicità di medicinali, analgesici e cose del genere. Il messaggio imperante era: ferma il dolore e riparti di slancio. Influenza, tosse, mal di schiena… non importa quale che sia il fastidio, l’importante è zittire i segnali del corpo per poter essere produttivi, non perdere giornate di lavoro, lezioni di tennis, cene con le amiche o che so io. Il pensiero, neanche tanto strisciante, era: se stai male sei uno sfigato che pesa sul gobbone della società, quindi vedi di darti una mossa e torna a fare cose!

Mi rendo conto che il parallelo tra ibuprofene e cocaina possa apparire un tantino esagerato, ma il contesto, l’atteggiamento mentale è lo stesso. Il “mondo”, la “società”, il “lavoro” ti chiedono di essere produttivo, scattante, efficiente e, se non lo sei, sei tagliato fuori. Tutto oggi è accelerato, urgente, necessario… ma questa fretta, in realtà, non ce la impone nessuno se non noi stessi e, senza rendercene conto, ci troviamo in un sistema, creato da noi, che si muove di vita propria e al quale non riusciamo a star dietro.
Una persona sensata rallenterebbe il sistema. Molti, invece, mettono il turbo “chimico” per raggiungerlo.
Anche secondo logica, questa storia non sta in piedi. Mettiamo che io sia un elettricista. Guadagno 1500 euro al mese, ho molto lavoro e devo finire in fretta per poter realizzare di più. Per poter finire in fretta, tiro coca. Alla fine ho guadagnato 2300 euro. Ne ho spesi 800 per comprare la cocaina. Ho sviluppato una seria dipendenza, cado a pezzi, sono irascibile, paranoico e la moglie mi schifa. Al netto ho guadagnato tanto uguale ma, in compenso, la salute è andata per i fatti suoi, magari anche la moglie e gli amici, e rischio di morire d’infarto tutte le settimane.

Personalmente ci ho impiegato anni a realizzare che se sto a casa con la febbre il sole sorge lo stesso e il mondo va avanti benissimo senza di me (alcuni direbbero anche meglio), ma ora che l’ho capito mi piacerebbe che lo comprendessero anche altri. Nel mio lavoro di operatore shiatsu, nel mio piccolo, cerco di spiegarlo ai miei uke. Non a parole, ma con il trattamento: un’ora senza telefonino né pensieri in cui ci si dedica solo a sé e al proprio benessere… Piano piano il messaggio arriva e viene colto, il ritmo della vita rallenta e si sincronizza con il respiro profondo e rilassato mio e di uke… Proprio agli antipodi…

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3 thoughts on “Agli antipodi, ovvero come distruggersi la vita senza apparente motivo alcuno…

  1. Caro Guido,
    grazie per questo momento di riflessione, grazie per questo momento “rallentato”!
    Condivido in pieno ciò che scrivi: è verissimo, almeno per me.
    La TV non ce l’ho neanche io al momento e la mia vita, da qualche mese, è “rallenata” dai ritmi della normale vita di montagna. La velocità con cui scorre il Tutto qui rispetta alla “città” è molto diversa. Per certi aspetti durante il giorno forse bisogna avere una marcia in più, ma al calar del sole il respiro rallenta e hai tutto il tempo, il silenzio per prenderti cura di te, aspettando l’alba di domani. Quando il sole sorgerà, tu sorgerai con lui: fresco di nuova energia, con il sorriso riposato dopo qualche ora di relax, una buona cena PRESTO e una lunga bella notte di sonno.
    E se ti viene la febbre?! Stai sicuro che dal tramonto all’alba le ore di sonno per sveglairti guarito non mancheranno!!!

    Grazie Guido perché personalmente mi hai fatto sentire ancora una volta quanto sono fortunata! Non solo ho compreso e sentito sulla mia pelle ciò che tu hai compreso, ma ho anche fatto una scelta di vita che renda tutto questo possibile. Grazie a te e a quelle persone che mi hanno dato una mano a fare questa scelta meravigliosa!

    E, se pur di uke quassù ne abbia pochi, il loro ed il mio respiro è molto diverso da quello “di città”: questo non mi meraviglia!!!

    A presto!
    Un abbraccio, caro Guido,
    Anna

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