Primo Percorso Professionale – Milano

Ecco, è stata una bella impresa, ma ce l’abbiamo fatta! Tutti diplomati al primo percorso, a Milano!

C’erano alcuni assenti per lavoro o malattia, che menzioniamo con grande affetto, Elisa, Federica e Marco… ma siamo soddisfatti della bella esperienza insieme.

Ringrazio gli allievi, che come sempre mi insegnano dedizione, interesse e voglia di arrivare in fondo, di apprendere dalle basi del contatto semplice e affrontare i propri limiti.. sempre facendo un passo per volta. Vi auguro una buona continuazione sul vostro cammino, fatto anche di pressioni shiatsu su mille persone, per arrivare a comprendere la Via.

Con affetto,
Sabrina

La Casacca Azzurra

Sola, me ne sto seduta sulla cima di questo vulcano sopito: la mia emozione, la mia illusione, la mia terra “aspettativa”.
Sola che guardo i panni del vicino agitarsi nel cielo sereno di un giorno qualsiasi.
Sola che aspetto e mi aspetto di caderci dentro a quel cratere, dentro in quel crogiolo pronto a versare come un lago tutto questo mio silenzio.

Da anni mi alleno ad aspettare: ore ed ore seduta sui gradini della scuola elementare ad attendere che mia madre finisse di lavorare, con la pancia vuota e le clark smunte ai piedi.
Seduta con i gatti della bidella vedevo andare via cartella dopo cartella mentre io munita di legni o sassi o polvere di stelle o che so io costruivo castelli o forse piste di decollo per volare.
Ore ed ore nei corridoi di ospedali dove scindevo sapientemente l’odore di mela cotta da quello del disinfettante, dove sapevo destreggiarmi con le mie gambe grucce come un funambolo sulla corda, ore di sedie scomode, letti apprettati e grandi finestre.
Ore ed ore nei teatri, nell’attesa di un amore impegnato sul palcoscenico tra quelle luci e quelle voci che non mi avrebbero mai illuminata, lì seduta nella quinta, tra i cavi e le bottiglie dell’acqua.

Ore che a descriverle paiono vuote e che invece hanno vissuto quanto i minuti fuggiti alle mani nelle corse in bici in quelle estati calde che non tornano più o nei giorni volati via tra bandiere e musiche straniere, ore vissute come i minuti consumati in un solo respiro univoco.

Pertanto attendo qui sul mio cratere sopito, paziente, l’arrivo di una semplice lettera, un cenno del capo.

“Che faccio qui?” me la sono girata e rigirata questa domanda in testa quando Adriana ce l’ha posta al primo incontro del Corso Istruttori, mentre seduti in cerchio ci si indagava a vicenda.
Al momento mi ha preso anche un po’ il panico pensando che non avrei saputo dare una risposta consona, poi ho lasciato fare alla bocca dello stomaco e al mio turno ho riposto prontamente: “mi interessa la didattica formativa di Accademia”.

Didattica formativa.

Che risposta priva di “sentimento” ho pensato subito dopo, …sentimento, forse solo di “sentimentalismo” in realtà, sapevo che il mio motivo era quello: capire la Scelta del mio stesso percorso personale.
Perché questa scuola che mi ha tenuta in una sorta di silenzio per 4 anni e chiedendomi di “fare senza fare” è riuscita a formare una parte di me a me sconosciuta? Quale metodo, quale ragionata tattica formativa mi ha permesso oggi di appoggiare le mani e percepire che tutte quelle linee, quelle radici fini che le disegnano, si appoggiano per Ascoltare?

Innamorarsi della tecnica è facile: “lo shiatsu es cosa meravigliosa!”, quando capisci le sue potenzialità, il suo linguaggio sottinteso e inteso per me risulta irresistibile.
Innamorarsi della didattica invece è altrettanto facile?
Non credo, non è facile sceglierla, rimetterla in discussione, passarla.
Insegnare è difficile, impegnativo, formante.
Spesso mi è capitato lungo il mio percorso formativo di scontrarmi con colleghi che assennati e assetati di sapere non condividevano la didattica di Accademia pertanto anche la mia scelta di propormi come insegnante di 1° percorso ha riscosso tra gli amici qualche scontro. Ma io, da sempre, ripongo grande fiducia in questa formazione, io come molti altri confusi tra pressioni e kata ci siamo lasciati condurre là dove prima di tutto esiste il “ex-premere” esprimere attraverso il premere.

Come sempre anche questo percorso è stato un viaggio.
Ho preso uno zaino, non amando molto le valigie, di quelli vecchi e sdruciti che hanno l’aria di aver visto la guerra e sono ormai fuori moda, ma dove, al contempo, sai ci starà tutto quello che ti serve. Dentro ci ho messo le mie mani, quel poco che so fino in fondo, la maglietta preferita per i momenti difficili, l’umiltà che ho trovato, l’orgoglio stipato nel tupperware, i miei 37 anni di erre moscia e le mie paure spolverate e lucidate pronte per l’uso.
Lungo il viaggio ho incontrato tutto: dai dubbi alla delusione passando dalla paura alla risata pura che come acqua fresca ti disseta l’anima.
Ho imparato, dai compagni e da me stessa, cose che non so ancora di aver imparato, ho ascoltato cose che mi torneranno alla mente chissà quando e ho tenuto in bocca domande e risposte che matureranno.
Ho avuto sete e fame, ho avuto paura e coraggio, umiltà e orgoglio…..ho viaggiato insomma, e quando, come all’inizio, tutto si è chiuso con un cerchio, ho compreso ancora una volta, che avevo dato vita ad un nuovo viaggio.

Così, seduta sulla cima di questo vulcano aspetto che le emozioni facciano presa dentro le mie radici, aspetto la lettera senza aspettarla, godendo come da sempre di un tempo mio in cui giocare con i legni o i sassi o le parole per costruire nuove luminose piste di decollo.

Alessia De Petris

Piccola domanda agli operatori professionali

Alla fine di una giornata di trattamenti, mentre consultavo l’agenda riguardando gli appuntamenti tra Uke nuovi, Uke che vengono regolarmente e altri che fanno piccoli cicli di trattamenti a distanza di molto tempo, mi è venuta la curiosità di sapere come si comportano, in giro per l’Italia, gli shiatsuka professionisti.

Quando si legge “Cent’anni di Solitudine” di Garcia Marquez, ci sono due modi di farlo: il primo è quello di prendere carta e penna e iniziare, ogni volta che si incontra un nuovo personaggio, a disegnare l’albero genealogico della famiglia Buendìa, per evitare di perdersi al terzo Josè Arcadio e al sesto Aureliano. L’altro modo è quello di lasciarsi trasportare dalla prosa divina di Marquez, fregarsene dei nomi e farsi cullare in quel meraviglioso grembo letterario. E credo vadano bene tutti e due, eh… io, per esempio, ho letto il libro due volte e li ho seguiti entrambi: prima la culla nel grembo di Marquez, poi l’albero genealogico.

Questo piccolo preambolo è, alla fine, per chiedere: ma voi, professionisti che lavorate ore al giorno con molti Uke, alla fine del trattamento che fate? Prendete nota per ogni persona del lavoro fatto e vi create un piccolo archivio, oppure vivete alla giornata senza ricordarvi molto di cosa è successo mesi prima a chi si rivolge a voi e trattate senza porvi troppe domande? Attenzione, lo so che vanno bene entrambi i metodi e che nulla è giusto o sbagliato, eccetera. Non sto chiedendo questo, è solo una piccola curiosità… Insomma, che fate? A voi la parola!