Un nuovo progetto: Shiatsu in Libano (seconda parte)

(Prosegue da qui)

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SHIATSU ULTIMO GIORNO

Sono arrivata alla fine di quest’esperienza di shiatsu con le donne del campo di Burj el Shemali (Tiro, Libano), esperienza per molti versi nuova per me e “straniante”, ma intensa e coinvolgente.

Ore 17 Sabato 18 maggio, un mese esatto dal mio arrivo in Libano e dall’inizio del progetto “shiatsu al femminile”: tutte le 24 donne del corso sono pronte per la dimostrazione finale, tutte in seiza sui tatami che per l’occasione sono stati spostati nella sala teatro dalle finestre debitamente oscurate.

Tutte indossano fuseaux e casacche nere, (avevamo chiesto di vestirsi possibilmente dello stesso colore) i capelli trattenuti da semplici fasce, tutte hanno lasciato l’abaya e l’hijab, almeno per il tempo necessario all’esecuzione dei due kata appresi.

Si voleva una dimostrazione aperta a tutti e per questo io ed Olga avevamo loro proposto di invitare amici e parenti desiderosi di ricevere il trattamento che le allieve si apprestavano ad eseguire, per loro scelta l’invito è stato però rivolto solo a donne: dodici delle convenute hanno fatto da uke (così si chiama in gergo colui che riceve) mentre ventiquattro donne del corso (tori è il nome di chi esegue) si sono alternate nell’esecuzione del primo e del secondo kata.

E’ stato bello vederle concentrate nel contatto iniziale, mi sono quasi commossa nel seguirne le movenze che, dopo tanta fatica, finalmente avevano acquisito un ritmo lento ed omogeneo scandito da cinguettii di uccellini, sciacquettio di onde e melodiose note newage scelte per l’occasione.

L’esecuzione è durata circa un’ora e qualcosa deve aver comunicato anche al pubblico seduto, se si è verificato il “miracolo” di un silenzio quasi “religioso” anche da parte loro.

Dopo, tutte si sono rivestite e finalmente sono arrivati gli uomini, in primis i responsabili delle associazioni Al Ahloula e Assomoud coinvolte nel progetto.

Si è dato il via alle riprese e alle foto di gruppo, prima proibite, (ho capito che questo dell’abbigliamento, per le donne di qui, è un tabu profondo e inespugnabile) poi discorsi, commenti, ringraziamenti di rito, saluti e regali hanno concluso la giornata in uno scintillio di flash videocamere e telefonini.

Molte di loro e dei loro figli volevano un mio ricordo personale ed una foto con loro e solo per loro, così ho avuto anch’io il mio momento da star: non mi sono mai sentita tanto ripresa e richiesta!

Il tempo e la fatica, che alcuni giorni, alla fine delle lezioni, mi era sembrata così intensa, sono stati ben ripagati, quello che si dà con il cuore arriva al cuore e lo shiatsu, “l’arte di avere il cuore nelle mani” ha saputo ancora una volta parlare in vece nostra al cuore di tutte noi, aldilà delle differenze di lingua, cultura, tradizioni.

Il bello del dare è anche che si riceve sempre in “sovramisura”: porterò con me, nella routine solitaria e un po’ schizzata della nostra metropoli occidentale, il sorriso e gli occhi lucidi che tutte avevano mentre ritiravano la cartellina con il materiale del corso e l’attestato di partecipazione.

Pina Natale

Bourj el Shemali, 18 maggio 2013

 

Se volete informazioni su come poter partecipare o sostenere questo nuovo progetto, scriveteci a questo indirizzo:

info@shiatsudovolontariato.org

 

La solidarietà non ha confini… Dai sogni del Cuore ai Progetti concreti: Lo Shiatsu in Libano!

Attraverso l’amica Pina Natale, shiatsuka da molti anni, abbiamo iniziato una collaborazione attiva con l’Associazione “ULAIA ArteSud Onlus” che opera nei campi profughi palestinesi in Libano. Il Progetto prevede la formazione di operatori Shiatsu e la creazione di una Scuola che nel tempo sappia diventare totalmente autonoma.

Pina è da pochi giorni tornata dal Libano e ci racconta nel dettaglio l’esperienza vissuta….

Libano Maggio 2013 - 1

Shiatsu, prima settimana…

Si chiamano Nahali, Abeer, Nidal, Hiba, Siyam, Azeeza, Syreen, Nasreen e altri inconsueti e impronunciabili nomi che solo dopo dieci giorni di permanenza e differenti strategie di memorizzazione cominciano a diventare familiari. Arrivano alle 4 di pomeriggio al centro culturale-sociale Al Houlha, sorridenti anche se non sempre puntuali, indossano l’abaya, lunghe palandrane, per lo più nere, spesso semplici, a volte ricamate e luccicanti ai bordi, hanno solo le mani e il viso scoperti malgrado l’afa di quest’inizio maggio libanese le cui temperature hanno già fatto registrare picchi di 35 gradi. Alcune tra le più giovani indossano jeans e t-shirt civettuole seppur abbottonatissime , ma le braccia sono sempre coperte e il capo rigorosamente incappucciato nell’hijab. Arrivano dai diversi quartieri del campo profughi di Burj el Shamal (quartieri si fa per dire visto che l’intero campo ha l’ampiezza di un chilometro quadrato), percorrendo vicoli stretti come corridoi, spesso ingombri di detriti e immondizie. Entrano spaesate nella sala grande appositamente tappezzata di tatami, si siedono a terra schiena al muro. Senza togliersi nulla dei loro ingombranti e soffocanti orpelli parlano piano tra loro e ridono: suoni astrusi, commenti ed emozioni indecifrabili per me e Olga, uniche italiane, europee, occidentali in questa parte del campo. Piano piano qualcuna prende coraggio, comincia a stendere il suo telo sui tatami, si siede in seiza in un punto del cerchio, ancora ipotetico, che darà inizio alla sessione, altre imitano spontaneamente, le più hanno bisogno di un mio richiamo: finalmente siamo in cerchio, in silenzio, schiene dritte per il “gashò”, il saluto iniziale e finale che non tutte pronunciano, forse temendo di invocare con quel suono estraneo qualche intrusa divinità che Allah potrebbe non approvare. Sono le 25 donne che frequentano il corso “shiatsu al femminile nei campi profughi palestinesi”, frutto del progetto caldeggiato dalla onlus ULAIA ArteSud da anni attiva nei campi e dall’associazione partner palestinese Al Houla della rete dell’ONG Beit Atfal Assomoud, progetto di cui io sono la redattrice e l’ insegnante del primo modulo di 48 ore. All’appello hanno risposto in molte desiderose, come scrivono nella breve presentazione, di imparare qualcosa che possa essere d’aiuto a se stesse, ai propri numerosi familiari e alla comunità. Qualcuna si dice anche curiosa nei confronti di culture differenti. C’è chi accenna alla difficile situazione economica e forse spera in qualche ricaduta lavorativa. Altre semplicemente sono felici di uscire dalle tetre umide e affollate stanze dei loro alloggi e di avere tre ore tutte per sé. Nel progetto è scritto chiaro che si lavora sul pavimento, quasi sempre in ginocchio o sedute sulle ginocchia, che bisogna indossare abiti comodi e leggeri senza bottoni lampo stringhe né orpelli . E’ stato scritto, è stato detto, è stato ripetuto. Accorrono in molte, troppe per le compatibilità dell’insegnamento e la capienza dello spazio, tutte rigorosamente intabarrate e con l’hijab in testa, giovani e meno giovani, agili ed impacciate. Suggerisco di accoglierle tutte e, nella prima settimana, adottare strategie di lavoro a piccoli gruppi alternati: non mi piace una selezione a priori, voglio che tutte vedano e sperimentino…un’autoselezione si verificherà di certo e sarà l’unica capace di garantire sufficiente motivazione e disponibilità. Infatti già il secondo giorno si sono ridotte da 35 a 25, per tutta la prima settimana il numero oscilla tra i 21 e i 25, all’inizio della seconda il gruppo è abbastanza stabile e composto di venti/ventidue elementi: numero e qualità della presenza fanno sperare in un lavoro proficuo. Nei pomeriggi di workshop siamo solo noi nel centro Al Houlha rigorosamente sbarrato e vietato agli uomini nell’ orario del corso, siamo solo noi donne nella stanza ma il loro abbigliamento cela ancora qualche resistenza: solo una non indossa l’hijab, tre o quattro fin dai primi giorni l’hanno sostituito durante il lavoro con una larga fascia , alcune all’ingresso lasciano spontaneamente l’abaya e si mostrano in comodi pantaloni e casacche al gomito, la maggioranza resiste… Day by day cade qualche altro ammennicolo e mentre un lembo di pelle bianca compare nuovi sorrisi sbocciano…. Solo ieri, a 10 gg dall’inizio del corso e avendo ripetutamente annunciato che avrei insegnato manovre di massaggio e stiramento sul collo, sono riuscita a vedere la testa e il collo di tutte….tranne una, Souad, muta testarda e immusonita, sempre seria ma diligente nell’improbabile imitazione di posture movimenti e figure del primo “kata” “la passeggiata”. Non insisto: so troppo poco, capisco troppo poco della loro storia, dei loro sentimenti, della loro religione, delle loro paure… Nei giochi di gruppo si aprono, camminano carponi, , si intrecciano toccandosi negli esercizi di contatto e comunicazione, si lasciano andare a peso morto contro le compagne nel cerchio della fiducia (non tutte a dire il vero!). Ogni giorno un blocco si incrina, un viso si illumina. Oggi erano in coppia per un gioco di ruoli, la musica di sottofondo faceva emergere le note di un pianoforte che eseguiva un valzer lento: in attesa delle consegne due accennano un passo di danza, colgo lo spunto e dico a tutte di ballare mentre ne acchiappo una che vedo restia….. scoppiano a ridere fragorosamente e danzano con gusto….dopo mi ci vuole un po’ per riportare la concentrazione! La comunicazione non verbale dei giochi e dello shiatsu ci aiuta nella babele di lingue in cui io traduco – male – le mie spiegazioni dall’italiano all’inglese, Abeer, un’assistente sociale di Assomoud, traduce – forse male – dall’inglese all’arabo. Ma Salwa, Mariam, Nawal, Amani, Lulu, Mona e le altre sono “qui e ora”, come raccomando continuamente, “here and now”, “huna wa halan”…… hanno lasciato a casa padri madri suocere nuore, oltre a cinque o sei figli a testa e per non dire di nipoti cognati cugini, la grande famiglia che è tutto quello che hanno in un presente squallido e un futuro assente. Hanno solo questo e se stesse, la loro forza e la loro voglia di vivere. Sono bellissime nel loro hijab, visi aperti e passi incerti….. e anch’io sono “qui e ora”, con loro, felice del poco che posso dare.

Pina Natale, 1 maggio 2013

Libano Maggio 2013 - 2

 

(…continua)