La solidarietà non ha confini… Dai sogni del Cuore ai Progetti concreti: Lo Shiatsu in Libano!

Attraverso l’amica Pina Natale, shiatsuka da molti anni, abbiamo iniziato una collaborazione attiva con l’Associazione “ULAIA ArteSud Onlus” che opera nei campi profughi palestinesi in Libano. Il Progetto prevede la formazione di operatori Shiatsu e la creazione di una Scuola che nel tempo sappia diventare totalmente autonoma.

Pina è da pochi giorni tornata dal Libano e ci racconta nel dettaglio l’esperienza vissuta….

Libano Maggio 2013 - 1

Shiatsu, prima settimana…

Si chiamano Nahali, Abeer, Nidal, Hiba, Siyam, Azeeza, Syreen, Nasreen e altri inconsueti e impronunciabili nomi che solo dopo dieci giorni di permanenza e differenti strategie di memorizzazione cominciano a diventare familiari. Arrivano alle 4 di pomeriggio al centro culturale-sociale Al Houlha, sorridenti anche se non sempre puntuali, indossano l’abaya, lunghe palandrane, per lo più nere, spesso semplici, a volte ricamate e luccicanti ai bordi, hanno solo le mani e il viso scoperti malgrado l’afa di quest’inizio maggio libanese le cui temperature hanno già fatto registrare picchi di 35 gradi. Alcune tra le più giovani indossano jeans e t-shirt civettuole seppur abbottonatissime , ma le braccia sono sempre coperte e il capo rigorosamente incappucciato nell’hijab. Arrivano dai diversi quartieri del campo profughi di Burj el Shamal (quartieri si fa per dire visto che l’intero campo ha l’ampiezza di un chilometro quadrato), percorrendo vicoli stretti come corridoi, spesso ingombri di detriti e immondizie. Entrano spaesate nella sala grande appositamente tappezzata di tatami, si siedono a terra schiena al muro. Senza togliersi nulla dei loro ingombranti e soffocanti orpelli parlano piano tra loro e ridono: suoni astrusi, commenti ed emozioni indecifrabili per me e Olga, uniche italiane, europee, occidentali in questa parte del campo. Piano piano qualcuna prende coraggio, comincia a stendere il suo telo sui tatami, si siede in seiza in un punto del cerchio, ancora ipotetico, che darà inizio alla sessione, altre imitano spontaneamente, le più hanno bisogno di un mio richiamo: finalmente siamo in cerchio, in silenzio, schiene dritte per il “gashò”, il saluto iniziale e finale che non tutte pronunciano, forse temendo di invocare con quel suono estraneo qualche intrusa divinità che Allah potrebbe non approvare. Sono le 25 donne che frequentano il corso “shiatsu al femminile nei campi profughi palestinesi”, frutto del progetto caldeggiato dalla onlus ULAIA ArteSud da anni attiva nei campi e dall’associazione partner palestinese Al Houla della rete dell’ONG Beit Atfal Assomoud, progetto di cui io sono la redattrice e l’ insegnante del primo modulo di 48 ore. All’appello hanno risposto in molte desiderose, come scrivono nella breve presentazione, di imparare qualcosa che possa essere d’aiuto a se stesse, ai propri numerosi familiari e alla comunità. Qualcuna si dice anche curiosa nei confronti di culture differenti. C’è chi accenna alla difficile situazione economica e forse spera in qualche ricaduta lavorativa. Altre semplicemente sono felici di uscire dalle tetre umide e affollate stanze dei loro alloggi e di avere tre ore tutte per sé. Nel progetto è scritto chiaro che si lavora sul pavimento, quasi sempre in ginocchio o sedute sulle ginocchia, che bisogna indossare abiti comodi e leggeri senza bottoni lampo stringhe né orpelli . E’ stato scritto, è stato detto, è stato ripetuto. Accorrono in molte, troppe per le compatibilità dell’insegnamento e la capienza dello spazio, tutte rigorosamente intabarrate e con l’hijab in testa, giovani e meno giovani, agili ed impacciate. Suggerisco di accoglierle tutte e, nella prima settimana, adottare strategie di lavoro a piccoli gruppi alternati: non mi piace una selezione a priori, voglio che tutte vedano e sperimentino…un’autoselezione si verificherà di certo e sarà l’unica capace di garantire sufficiente motivazione e disponibilità. Infatti già il secondo giorno si sono ridotte da 35 a 25, per tutta la prima settimana il numero oscilla tra i 21 e i 25, all’inizio della seconda il gruppo è abbastanza stabile e composto di venti/ventidue elementi: numero e qualità della presenza fanno sperare in un lavoro proficuo. Nei pomeriggi di workshop siamo solo noi nel centro Al Houlha rigorosamente sbarrato e vietato agli uomini nell’ orario del corso, siamo solo noi donne nella stanza ma il loro abbigliamento cela ancora qualche resistenza: solo una non indossa l’hijab, tre o quattro fin dai primi giorni l’hanno sostituito durante il lavoro con una larga fascia , alcune all’ingresso lasciano spontaneamente l’abaya e si mostrano in comodi pantaloni e casacche al gomito, la maggioranza resiste… Day by day cade qualche altro ammennicolo e mentre un lembo di pelle bianca compare nuovi sorrisi sbocciano…. Solo ieri, a 10 gg dall’inizio del corso e avendo ripetutamente annunciato che avrei insegnato manovre di massaggio e stiramento sul collo, sono riuscita a vedere la testa e il collo di tutte….tranne una, Souad, muta testarda e immusonita, sempre seria ma diligente nell’improbabile imitazione di posture movimenti e figure del primo “kata” “la passeggiata”. Non insisto: so troppo poco, capisco troppo poco della loro storia, dei loro sentimenti, della loro religione, delle loro paure… Nei giochi di gruppo si aprono, camminano carponi, , si intrecciano toccandosi negli esercizi di contatto e comunicazione, si lasciano andare a peso morto contro le compagne nel cerchio della fiducia (non tutte a dire il vero!). Ogni giorno un blocco si incrina, un viso si illumina. Oggi erano in coppia per un gioco di ruoli, la musica di sottofondo faceva emergere le note di un pianoforte che eseguiva un valzer lento: in attesa delle consegne due accennano un passo di danza, colgo lo spunto e dico a tutte di ballare mentre ne acchiappo una che vedo restia….. scoppiano a ridere fragorosamente e danzano con gusto….dopo mi ci vuole un po’ per riportare la concentrazione! La comunicazione non verbale dei giochi e dello shiatsu ci aiuta nella babele di lingue in cui io traduco – male – le mie spiegazioni dall’italiano all’inglese, Abeer, un’assistente sociale di Assomoud, traduce – forse male – dall’inglese all’arabo. Ma Salwa, Mariam, Nawal, Amani, Lulu, Mona e le altre sono “qui e ora”, come raccomando continuamente, “here and now”, “huna wa halan”…… hanno lasciato a casa padri madri suocere nuore, oltre a cinque o sei figli a testa e per non dire di nipoti cognati cugini, la grande famiglia che è tutto quello che hanno in un presente squallido e un futuro assente. Hanno solo questo e se stesse, la loro forza e la loro voglia di vivere. Sono bellissime nel loro hijab, visi aperti e passi incerti….. e anch’io sono “qui e ora”, con loro, felice del poco che posso dare.

Pina Natale, 1 maggio 2013

Libano Maggio 2013 - 2

 

(…continua)

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2 thoughts on “La solidarietà non ha confini… Dai sogni del Cuore ai Progetti concreti: Lo Shiatsu in Libano!

  1. Pingback: Un nuovo progetto: Shiatsu in Libano (seconda parte) | L'Arte dello Shiatsu

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