“Cosa mi hai trovato?”, “Cos’hai sentito?”

domande

Mi sono approcciata allo Shiatsu da Uke, digiuna di qualsiasi nozione riguardante questa disciplina. Per alcuni anni ho continuato a cercarlo, soprattutto nei momenti in cui sentivo di avere poche risorse. Con lo Shiatsu ho imparato a respirare e a riportare l’attenzione su me. Ricordo che le prime volte alla fine di un trattamento facevo alcune domande all’operatore. La domanda “cosa mi hai trovato?” o meglio “cos’hai sentito?”, l’ho fatta anche io. Aspettavo una risposta con un po’ di timore, ma questa risposta non arrivava o non appagava la mia curiosità. Probabilmente non sapevo neppure io che cosa desiderassi sapere. Come forse tipico della nostra cultura avrei voluto risposte ad effetto, risposte delle quali non avevo ancora nemmeno formulato una domanda.

peaceOra che ho iniziato a trattare con regolarità mi capita che le domande che io stessa ponevo le rivolgano a me. Non desiderare risposte verbali è un traguardo che se arriva, arriva silenzioso, un lento abbandonarsi allo svolgersi della propria vitalità tra le mani accoglienti di un’altra persona. Questo ha fatto per me lo Shiatsu. La fatica all’accoglienza, la difficoltà a lasciare andare il controllo la ritrovo spesso nei miei Uke.

silenzioDa circa tre anni pratico Shiatsu a persone in situazione di disagio fisico e psicologico. Il mio stupore ogni volta si rinnova nel cogliere che in questi contesti, la relazione umana che si crea durante un trattamento di Shiatsu è spogliata da ogni superfluità della parola. Le persone aspettano e vivono il trattamento come una opportunità. Colui che soffre coglie l’essenza. Colui che soffre non chiede nulla perché conosce già profondamente il suo dolore e vive il momento come una tregua donata. Al termine di un trattamento sono gli sguardi e i sorrisi che più di tutto esprimono l’ intensità del momento vissuto. Non si tratta di intensità empatica dovuta alla immedesimazione nella sofferenza di Uke. Non è emozione dovuta alla compassione o alla riconoscenza data dalla situazione di volontariato sociale. La vera intensità del trattamento è dato dall’incontro umano, dove la stanchezza e il dolore conducono direttamente a quel contatto di relazione materna che si può ritrovare nello Shiatsu.

Giovanna Bonazzi

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4 thoughts on ““Cosa mi hai trovato?”, “Cos’hai sentito?”

  1. Ciao Giovanna, condivido in pieno le tue parole. So quale è stato e quale è il tuo percorso. Nelle tue parole e in quelle di tutti gli altri operatori, che danno il cuore nella propria pratica, ritrovo sempre il senso della esperienza vissuta e il calore caratterizzato dalle emozioni. Ecco il messaggio che portiamo con noi.
    Gassho!

  2. Ciao a tutti,
    più pratico Shiatsu e più mi rendo conto che meno parole aggiungo e meglio è.
    Quello che mi spingeva a spiegare ad uke quello che sentivo ero solo la mia insicurezza e la conseguente necessità di controllo.
    Potrei avere intuizioni esatte durante il lavoro ma se uke non volesse guardare la sua condizione… chi sono io per indurlo a farlo?
    E pensare che basterebbe voltarmi indietro e vedere i cambiamenti profondi nella mia vita che si sono susseguiti da quando pratico per avere fede nel lavoro.

    Massimo

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