Le Zone, il processo di armonizzazione

Tratto da DBN Magazine n°19/2016

Relazione con la somatizzazione.
Emozioni e vissuto corporeo.

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Ci sono dei momenti in cui non occorrono parole per trasmettere una forte emozione. Basta un gesto, un ricordo, una canzone, un tono di voce, un motivetto cantato per strada da un bambino, un accessorio indossato da un passante, un regalo di una persona che non c’è più… e subito riaffiora lì davanti ai tuoi occhi quella sensazione d’immenso che non sai spiegare.

Gli oggetti in questo aiutano tanto […] Le cose… che splendida sensazione guardarle e percepirne l’energia.[…] Non parlo di prezzo, né di qualità. Il valore più grande dei pochi oggetti che conservo e che possiedo, è dato dal valore del sentimento riversato su di essi, dalla potenza del dono, dall’immensa emozione provata nel giorno in cui essi hanno acquisito un senso. Le cose hanno anima. Ma non ce l’hanno a prescindere. Siamo noi che gliene forniamo una. Sono un tramite, una chiave, un incrocio, un destino che tramuta un momento in un ricordo…” 
(Anton Vanligt)

Questo pezzo che ho scelto per presentare il lavoro del prossimo seminario APOS simboleggia, nella sua essenzialità, ciò che fa, nel reale, una emozione, ovvero si fissa, si fissa sulle cose legata ad un vissuto, si fissa sul corpo che ha “percorso” quel vissuto.

Può essere persa di vista, ma è li presente e latente, nel bene e nel male, con il suo carico importante, alle volte solo un fastidio, una sensazione dolce e serena, ma alle volte ci blocca, ci impedisce il movimento, ci condiziona il gesto. Se lo zaino che portiamo sulle spalle è troppo pesante, allora diventa difficile procedere nel DO facendo tesoro delle esperienze vissute, ogni passo diventa sofferenza e lo zaino grava inesorabile sul progredire…

Kespi cita che  “le malattie sono causate dai sei soffi climatici, dai cinque sapori e dai sette sentimenti, dove i sei soffi climatici evocano il cielo, i cinque sapori, la terra e i sette sentimenti, l’uomo”. È l’uomo che viene incaricato di “gestire” i propri sentimenti, ma è l’uomo il primo essere ad avere difficoltà a selezionare ciò che è utile da ciò che non lo è, anzi da ciò che può impedirci di vivere con serenità.

Oscar Wilde scrive:  “Solo le persone superficiali impiegano anni per liberarsi da un’emozione. Chi sia padrone di sé può porre termine a una sofferenza con la stessa facilità con cui inventa un piacere. Non voglio essere in balia delle mie emozioni. Voglio servirmene, goderle e dominarle”.

Mentre K ahlil Gibran dice che “L’aspetto delle cose varia secondo le emozioni, e così noi vediamo magia e bellezza in loro: ma bellezza e magia, in realtà, sono in noi”.

GLI ASPETTI EMOZIONALI 

Meditazione.jpgLa medicina cinese dedica un’importante parte di sé alle emozioni e ai sentimenti, molti punti di agopuntura rappresentano un riferimento importante ai sentimenti e il passaggio nella pratica dello Shiatsu è automatico. Ma il primo a dedicarsi ufficialmente agli aspetti emozionali e psicologici nella pratica dello Shiatsu è stato il Maestro Masunaga, che nella sua opera non utilizza i punti e generalizza il suo lavoro in flussi di Qi non troppo precisi che percorrono il corpo umano da capo a piedi o dal centro (hara) alla periferia.

Il lavoro di Masunaga ha dato una grande impronta allo sviluppo dello Shiatsu specialmente in Europa e in Italia, ma, oltre a lui, altri ricercatori hanno impresso importanti stimoli nelle basi della ricerca nel campo dello Shiatsu.

L’utilizzo delle zone è uno di questi, ritengo con sufficiente correttezza di non attribuire a nessuno in modo specifico l’onore di aver introdotto l’uso delle zone nella pratica Shiatsu, ma credo sia una naturale evoluzione resa spontanea dalla pratica regolare e appassionata.

L’ambizioso lavoro che vi vorrei proporre nel prossimo seminario APOS è quello di “esportare” gli aspetti teorico/filosofici dei sette sentimenti e cercare una traduzione nella pratica legata al lavoro delle zone attraverso una loro interpretazione, e la capacità di avvicinarsi al lavoro su una zona che prescinde dai classici riferimenti già conosciuti e legati ai meridiani e punti di agopuntura

UN MOVIMENTO, UN ORGANO

8828_foto53b9ab6db6db4Candace Pert, nel suo celeberrimo libro “Molecole di Emozioni”  presenta il lungo cammino di ricerca per dimostrare che le emozioni, in realtà, sono vere e proprie sostanze isolabili e individuabili che costituiscono, insieme a tante altre, la struttura fisica e fisiologica del corpo umano.

Andare a “incontrare” una zona del corpo umano attraverso la tecnica Shiatsu e renderla armonica, oltre che armonizzarla con il resto del corpo attraverso il collegamento con altre zone, è un lavoro che valorizza le risultanze di questa ricerca, e si può benissimo calare in un contesto culturale che si rifà, comunque, alla filosofia orientale nei suoi principi.

Del resto leggendo i testi di Elisabet Rochat De La Vallée  si capisce come riesca a ben definire ogni movimento attraverso il volere di ogni organo:

• il fegato dà slancio e fa salire i soffi a immagine del legno; il suo volere è la vitalità che permette di andare avanti. Il surriscaldamento di questo movimento si trasforma in rabbia;

• il cuore irradia calore alle circolazioni vitali; il suo volere è l’allegria che facilita le comunicazioni. La perversione di questo movimento si trasforma in gioia eccessiva;

• la milza mette tutto in relazione, nutre e trasforma; il suo volere è il pensiero. La perversione di questo movimento si trasforma in preoccupazione;

• il polmone assicura il mantenimento dei ritmi; il suo volere è il rigore. La perversione di questo movimento si trasforma in tristezza;

• i reni custodiscono le basi della vita; il loro volere è prudenza e saggezza. La perversione di questo movimento si trasforma in paura.

Il che si allinea con il progetto di rendere fisico un concetto astratto come quello riferito alle caratteristiche degli organi.

L’insorgere di un disagio psichico può essere conseguente sia alla difficoltà che l’individuo incontra nel percorrere la sua “strada” (il Dao), sia la conseguenza del cattivo funzionamento di un organo (anche a seguito di un eccesso, per esempio alcool, droghe, fumo, cattiva alimentazione, traumi fisici).
L’insorgenza di un disagio psichico rappresenta quindi l’incapacità di un individuo di realizzarsi. Il concetto di vita cosciente, intesa come piena realizzazione di sé e del proprio “mandato”, è contenuto nei testi di base del taoismo e del pensiero medico cinese (Yi Jing, Dao De Jing, Chuang Zi, So Wen, Nan Jing ecc.).

N.d.A.: nell’articolo si fa riferimento al “prossimo seminario APOS”. Si tratta del 36° Seminario Nazionale di aggiornamento/valutazione svoltosi a Tabiano il 14-15-16 Maggio 2016 e condotto da Fabrizio Bonanomi e David Hirsch. I video dei lavori proposti sono disponibili sul sito APOS.

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Shiatsu e Danza

Quando si parla di shiatsu subito si pensa al rilassamento, al benessere, al risveglio della propria e altrui vitalità.
Lo shiatsu, nel corso di questi 12 anni di pratica, mi ha aperto un mondo, insieme alla pratica yogica, in particolar modo sulla consapevolezza di me, sulla postura, sulla fiducia in me e nell’altro, oltre che recare beneficio a chi mi fa da uke… davvero mi ha incanalato sul sentiero della conoscenza di me e ne sono felice.
Allo stesso tempo, da buona sportiva e ballerina quale sono, ho sempre praticato anche danza, ballo di coppia, veicolata dalla musica, che coinvolge tutto il mio essere e mi fa muovere armonicamente, mi dà modo di esprimere col corpo quello che spesso non riesco a dire a parole.
Fino a poco tempo fa non avrei pensato di unire e /o paragonare questi tipi di pratiche, shiatsu e danza, così apparentemente poco vicine. Ma da quando ho scoperto la danza contemporanea “Contact Improvvisation” devo dire che molti principi la legano allo shiatsu.
Innanzi tutto la danza contact (che nasce negli anni 70 negli Stati Uniti) per definizione è una forma di movimento che si fa relazionandosi a uno o più partners, ed è una condizione indispensabile, perché per esprimersi serve il contatto con almeno un’altra persona… così come lo shiatsu si fa in due, in un rapporto paritario di sostegno reciproco e scambio energetico. Questo è già una possibilità molto ampia, poiché nella danza il contatto diventa una porta di apertura alla creatività, seguendo dove conduce quell’onda di movimento che si crea tra 2 o più persone, alla scoperta di nuove forme di comunicazione ed espressione, che da soli non sarebbe proprio possibile. A volte si segue l’altro, a volte si conduce, a volte la fusione è talmente equilibrata, che non esiste dominio di uno sull’altro, ma un andare quasi a toccare un’altra dimensione, nata dall’incontro non solo fisico, ma di tutto l’essere di chi si incontra.

E nello shiatsu spesso faccio esperienze simili, a volte il trattamento ti porta dove decidi tu, con le tue analisi, schemi di lavoro, a volte segui dove ti porta l’altro, a parole, gesti, dove il corpo necessita più il tuo incontro, che quasi sembra ti chiami; a volte entri in una dimensione particolare, nella bolla energetica che si forma tra tori e uke e che riesci a sentire e il trattamento non ha nessuna spiegazione, esiste in quel momento, a quelle condizioni e basta, ed è bello proprio per quello!
Un altro aspetto che accomuna queste discipline è la libertà che deriva dalla pratica assidua, dalla conoscenza del proprio e altrui corpo, libertà di esprimere quel momento con quella musica e col sostegno reciproco determinato dal contatto, lasciando che sia, senza giudizio, gustandosi quell’unione col cuore, per quello che è. Quante volte, cari shiatsuka, vi è capitato di godervi in questo modo il vostro trattamento/incontro?

Il contatto permette nella danza di esplorare nuovi movimenti, sentendo quanto l’altro ti sostiene e quanto lo sostieni tu, può nascere qualcosa di irripetibile, una comunicazione profonda che a volte riesco ad avere anche in un trattamento, o molto più spesso in un tratto particolare di un trattamento. Si sente quando entrambi si è disposti a fidarsi l’uno dell’altro, permettendo al divenire, al cambiamento di svolgersi secondo natura, e quando, invece, nel rispetto dell’altro, si lascia che una eventuale chiusura abbia svolgimento comunque, perché ha i suoi motivi di esistere. E magari si apre un’altra porta di comunicazione. Quando danzo con la contact, sento se la ragazza che si muove con me e io, naturalmente, siamo insieme disposte alla fiducia, a lasciar nascere movimento, se ci sono limiti fisici o emotivi o mentali.. ma spesso anche i limiti permettono una gamma di movimento molto vasta!

Così, grazie alla danza e allo shiatsu imparo a vivere il mio presente, a cogliere quell’attimo di fusione che è meraviglioso quando avviene. Certo non dimentichiamo che attraverso le posizioni shiatsu e quelle di danza si lavora molto anche sull’atteggiamento posturale e sul respiro, sulla presa di coscienza del proprio baricentro e sulla percezione di sé e dell’altro. Non mi dilungo su questi aspetti, peraltro importanti, ma che tutti gli shiatsuka hanno ben presenti.

Parliamo della musica… sicuramente, la danza senza musica non sarebbe danza, mentre lo shiatsu si può fare senza, anche se non si può parlare di shiatsu senza parlare di ritmo, seppur interno che sia. Comunque molti operatori lavorano con sottofondo musicale, infatti esistono melodie adatte al rilassamento, sia del nostro uke, sia nostro, aiutando anche a predisporci alla centratura e a prendere un certo ritmo, dettato dalle esigenze di incontro con uke, ritmo che spesso ci permette di lasciare neutra la nostra mente e far “parlare” di più le nostre sensazioni.

Piacere di muoversi, altro punto a favore di entrambe le discipline. Sia attraverso la danza che lo shiatsu sento il mio corpo, lo curo, lo allungo, lo armonizzo, cerco di superare i miei limiti fisici e mentali.
Maggiore affiatamento col gruppo danza e maggior confidenza con chi tratto.
Tutte le discipline che mi permettono un confronto, che creano relazione, mi danno modo di evolvere come persona, perché l’altro mi fa da specchio e a volte mi fa crescere dubbi e evidenzia aspetti che mi risuonano, mi turbano o mi emozionano, permettendomi di rifletterci e di accettarmi in toto, quindi grazie contatto!!!

Shiatsu su…, per…, con…

Dalle prime timide pressioni alla consapevolezza della bontà di questa disciplina. Racconto di un cammino ancora in atto, che ha trovato applicazione anche all’interno di realtà sociali percorse da disagio e sofferenza.

di Attilio Alioli

Dopo oltre 25 anni di pratica e studio dello Shiatsu, considero l’incontro con questa “semplice Arte Umana” un grande regalo che la vita mi ha offerto. Dalle prime pressioni incerte sugli amici e i primi “clienti” molto tempo è passato, alcuni di loro ancora li ricordo, ricordo il loro viso, la loro fisicità, i loro malanni e il loro calore umano. Quel poco Shiatsu che conoscevo “funzionava” e loro tornavano! Il mio stupore, e non solo, era grande. Grande era anche la mia soddisfazione personale e professionale. Loro non sapevano che “praticavo e studiavo” su di loro, ogni trattamento era il frutto delle mie esigenze di sperimentare e maturare tecniche e strategie di lavoro, molte delle quali ricevute durante le lezioni frequentate, altre frutto dei miei “ragionamenti e delle mie intuizioni”. Se si fosse stati in una società dei giusti avrei dovuto pagare io loro, ma per mia fortuna, e delle mie entrate economiche, era il contrario.

Ecco lo Shiatsu su…
Gli studi e la pratica continuavano, l’esperienza cresceva, le tecniche si arricchivano e si affinavano, la crescita professionale era ormai matura. Vivevo con profonda convinzione la mia “capacità” di intervenire sulle varie forme di disagio fisico, emozionale ed energetico. Il ricavato economico mi spettava giustamente, in quanto, avendo maturato una seria capacità professionale, ero in grado di “intervenire” e di risolvere o migliorare i problemi di salute. Lavorare in ambiti differenti (studi medici, centri benessere, palestre e in privato), avendo sempre un buon riscontro sociale, confermava la giustezza del mio Shiatsu.

Ecco lo Shiatsu per…
Ho passato parecchi anni in questa condizione piacevole e gratificante. Tutto filava liscio, anche la scuola che avevo contribuito a creare cresceva fino a diventare la principale scuola in Italia e in Europa. Si rafforzava la struttura amministrativa e gestionale, migliorava la didattica e il metodo formativo, si arricchiva la proposta professionale. Erano i tempi dove l’insegnamento era teso a formare Operatori Shiatsu sempre più tecnicamente preparati, in grado di rapportarsi al mercato e alle richieste che questo poneva. Ancora Shiatsu per… Quando tutto pareva scorrere liscio e tranquillo, nasceva lentamente dentro di me un senso di insoddisfazione e di mancanza, quella “tensione dell’anima” che mi aveva spinto a cercare nelle pratiche orientali un rapporto più profondo con la mia parte spirituale si stava affievolendo e indebolendo. Ai successi sociali non corrispondevano altrettanti “successi” della mia anima, della mia essenza, delle mie aspirazioni umane. È proprio in questo periodo che nasce in me il bisogno, l’esigenza di praticare, sperimentare e offrire lo Shiatsu all’interno di realtà sociali di disagio e sofferenza, prima le carceri, poi i ragazzi down, le comunità… È in questo cammino durato anni (ed ancor oggi presente) che la tecnica e le capacità professionali tornano ad essere messe alla prova.

Ecco lo Shiatsu con….
Inizia l’incontro consapevole con lo Shiatsu con… Queste nuove esperienze nel sociale aprono un varco facendo luce su di una realtà già in parte presente, ma non ancora pienamente manifestata. Lo Shiatsu è incontro, relazione, condivisione. Le tecniche, le strategie operative, le teorie energetiche, anche le più raffinate ed evolute, possono solamente preparare il terreno al rapporto “da Vita a Vita” che lo Shiatsu ci regala! La pratica dello Shiatsu Do è una via che ci aiuta ad uscire dalla nostra pelle sociale, ci aiuta ad isolarci dagli altri per poter entrare sempre più nel nostro profondo! Quando questo avviene si comprende pienamente cosa questa Arte contenga, se ne può cogliere l’essenza, l’abbraccio della madre al suo bambino e al bambino che è in ognuno di noi. È possibile allora riscoprire il valore delle tecniche, delle teorie varie, non più finalizzate ad un mero scopo sociale, ma bensì portatrici di evoluzione umana e spirituale. La pratica dello Shiatsu diventa Shiatsu Do! Incontro con la propria ed altrui essenza, e attraverso questo incontro con la Vita Universale. Il Ki diventa vero e vissuto nella relazione Shiatsu, Tori ed Uke non hanno più bisogno di esistere… Si sente sempre più la necessità di silenzio, di non spiegazioni razionali. L’esperienza reale riempie con dolcezza e forza la nostra mente e il nostro cuore. Quando sentiamo questo, allora siamo veramente pronti per ogni altra avventura energetica e spirituale, siamo pronti per rincontrare la grande vibrazione dell’Amore Universale! Questo è vero Shiatsu, nel caloroso silenzio della nostra anima!

(tratto da DBN Magazine n°2, dicembre 2011)

Agli antipodi, ovvero come distruggersi la vita senza apparente motivo alcuno…

Va bene, avete ragione: questa è la scoperta dell’acqua calda… (mi sa che questa dovevo scriverla dopo… meglio procedere con ordine).

Girovagando in cerca di informazione su internet (la mia principale fonte di notizie da che non ho più la televisione senza la quale, per inciso, si vive molto meglio) mi imbatto in una pagina di Repubblica che parla di una nuova inchiesta sull’uso di cocaina.

Una volta, neanche troppi anni fa, l’immaginario collettivo era quello del megamanager, magari neanche tanto mega, o del riccone, o dell’attore, o della modella. Comunque figure appartenenti a un mondo “altro”, non solo dal nostro tutto fatto di cineserie-benessere-namastè-cibibìo-oooommm, ma da quello di chiunque avesse un lavoro “normale”. Il riccone annoiato, la vita dissoluta della star… tutto un film ambientato nei quartieri più esclusivi. Poi, circa dieci anni fa, un mio amico neoarchitetto, all’epoca schiavo 16 ore al giorno in un megastudio di una grande città per circa 600 euro al mese, mi raccontò che il megarchitetto passava, ai sottopagati dipendenti, adeguati quantitativi di coca perché potessero fare notti insonni a finire i progetti. L’inchiesta di Repubblica, quindi, non mi coglie del tutto sorpreso.
Ecco, qui ci sta la storia dell’acqua calda di prima.

Quello su cui vorrei riflettere, però, non è l’uso di sostanze quanto, piuttosto, le motivazioni che lo sostengono. Se ci fosse qualche antropologo in ascolto potrebbe argomentare su come, dove e quanto, nei secoli, tutte le culture abbiano usato (e usino) sostanze psicotrope. Perlopiù per riti sacri, a volte per sopravvivenza (vedi gli agricoltori peruviani e l’uso delle foglie di coca), Questa è tutta un’altra storia e, in ogni caso, non voglio stare qui a fare il bacchettone sul perché le droghe fanno male e bla, bla, bla… siamo tutti d’accordo, in linea di principio. Più o meno.
Mi fa pensare, invece, il fatto che ci sia una grande, grande quantità di persone che sente il bisogno di esigere dal proprio corpo prestazioni ben oltre le proprie capacità solo per “essere più produttivi” o “al passo coi tempi”. Gente, qui si parla di imbianchini, idraulici, elettricisti, camionisti… Perché è così necessario “stare al passo con i tempi”? Soprattutto: chi li decide questi “tempi”?

Del periodo in cui avevo ancora la TV, mi ricordo alcune pubblicità di medicinali, analgesici e cose del genere. Il messaggio imperante era: ferma il dolore e riparti di slancio. Influenza, tosse, mal di schiena… non importa quale che sia il fastidio, l’importante è zittire i segnali del corpo per poter essere produttivi, non perdere giornate di lavoro, lezioni di tennis, cene con le amiche o che so io. Il pensiero, neanche tanto strisciante, era: se stai male sei uno sfigato che pesa sul gobbone della società, quindi vedi di darti una mossa e torna a fare cose!

Mi rendo conto che il parallelo tra ibuprofene e cocaina possa apparire un tantino esagerato, ma il contesto, l’atteggiamento mentale è lo stesso. Il “mondo”, la “società”, il “lavoro” ti chiedono di essere produttivo, scattante, efficiente e, se non lo sei, sei tagliato fuori. Tutto oggi è accelerato, urgente, necessario… ma questa fretta, in realtà, non ce la impone nessuno se non noi stessi e, senza rendercene conto, ci troviamo in un sistema, creato da noi, che si muove di vita propria e al quale non riusciamo a star dietro.
Una persona sensata rallenterebbe il sistema. Molti, invece, mettono il turbo “chimico” per raggiungerlo.
Anche secondo logica, questa storia non sta in piedi. Mettiamo che io sia un elettricista. Guadagno 1500 euro al mese, ho molto lavoro e devo finire in fretta per poter realizzare di più. Per poter finire in fretta, tiro coca. Alla fine ho guadagnato 2300 euro. Ne ho spesi 800 per comprare la cocaina. Ho sviluppato una seria dipendenza, cado a pezzi, sono irascibile, paranoico e la moglie mi schifa. Al netto ho guadagnato tanto uguale ma, in compenso, la salute è andata per i fatti suoi, magari anche la moglie e gli amici, e rischio di morire d’infarto tutte le settimane.

Personalmente ci ho impiegato anni a realizzare che se sto a casa con la febbre il sole sorge lo stesso e il mondo va avanti benissimo senza di me (alcuni direbbero anche meglio), ma ora che l’ho capito mi piacerebbe che lo comprendessero anche altri. Nel mio lavoro di operatore shiatsu, nel mio piccolo, cerco di spiegarlo ai miei uke. Non a parole, ma con il trattamento: un’ora senza telefonino né pensieri in cui ci si dedica solo a sé e al proprio benessere… Piano piano il messaggio arriva e viene colto, il ritmo della vita rallenta e si sincronizza con il respiro profondo e rilassato mio e di uke… Proprio agli antipodi…

“I messaggi dell’acqua” – Terra Nuova n°262, giugno 2011

Riportiamo dal sito della rivista “Terra Nuova” un articolo particolarmente interessante:

Due fisici italiani confermano la capacità dell’acqua di trattenere e propagare informazioni. Un’ulteriore prova scientifica a favore dell’omeopatia.

Il DNA, l’acqua, la fisica quantistica e le menti libere e brillanti di due fisici italiani di fama internazionale, Emilio Del Giudice e Giuseppe Vitiello, sono gli elementi di una scoperta, o meglio di una spiegazione innovativa di dati sperimentali già disponibili, che è in sé rivoluzione, scienza e poesia. Basandosi sui risultati sperimentali ottenuti in laboratorio dal premio Nobel per la medicina Luc Montagnier, l’équipe di Del Giudice e Vitiello ha confermato la capacità dell’acqua di trattenere e propagare «informazioni», spiegando tale proprietà con la teoria quantistica dei campi. Una teoria, come dicono gli autori, di per sé «non lineare e quindi in grado di fornire gli strumenti più adatti per descrivere un insieme complesso di processi anch’essi non lineari», come infatti sono quelli legati alle proprietà fisiche dell’acqua.

«Le nanostrutture dell’acqua e la loro risonanza elettromagnetica sono senz’altro in grado di propagare informazioni contenute nel DNA da un organismo originario a un altro» spiega il professor Vitiello. «Noi abbiamo interpretato queste risultanze sperimentali nell’ambito dell’innovativa teoria dell’acqua liquida, che si basa appunto sulla teoria quantistica dei campi». Se, dunque, già nel 2009 Montagnier aveva osservato e misurato i segnali elettromagnetici prodotti dall’acqua che era stata a contatto con sequenze di DNA batterico, ecco che ora arriva il supporto teorico e razionale entro cui inserire e spiegare il fenomeno.

Lo studio, che si è assicurato la rivista “Journal of Physics: Conference Series”, ha una portata scientifica enorme, perché apre la strada a differenti approcci alle cure e all’utilizzo dei farmaci, consentendo al contempo di inquadrare in un ambito scientifico l’efficacia dell’omeopatia e dell’omotossicologia. Efficacia osservata da decenni sui pazienti e rivendicata da milioni di medici nel mondo…

© Claudia Benatti

Potete leggere l’articolo completo di dettagli e risultati di laboratorio nel numero di Terra Nuova di questo mese.

L’articolo qui riportato e i link al sito e ai contenuti della rivista Terra Nuova sono stati pubblicati a puro scopo divulgativo perché ritenuti di nostro interesse. Non costituiscono in alcun modo una forma pubblicitaria e, per questo, non abbiamo percepito alcuna forma di compenso.

Convivialità Vs. Sovrastruttura

Ieri ho avuto il privilegio di accompagnare Francisco alla sede di Bologna per la “Festa Conviviale”. Lascerò raccontare ai padroni di casa com’è andata. Molto bene, comunque, tanto per non tenervi in sospeso. Volevo ragionare, invece, su alcune cose dette da Francisco durante l’incontro. Io e lui ci conosciamo da quasi un lustro e mezzo. Sono entrato in Accademia proprio nel periodo in cui iniziava a fare i corsi a Cuba. All’epoca era molto più qui in Italia che laggiù e, spesso, il giovedì sera, ci intratteneva con bellissime lezioni sui modelli culturali e cose così. Io, devo dire, il grosso dei discorsi che faceva, non lo capivo. Non il senso: proprio non riuscivo a capire le singole parole. Sembrava di ascoltare Enrico Ghezzi, con l’audio e il labiale fuori sincrono. Ooops… detta così suona un po’ male… Il fatto è che parlava con tono di voce molto basso e calante sulle sillabe finali… In questi anni, però, è migliorato molto nelle tecniche di esposizione. Sarà l’aria di Cuba… Comunque. Dicevamo… Francisco l’ho sentito parlare molto, in questi anni. E ogni volta mi ha insegnato un pezzetto in più rispetto alla volta precedente. Ieri c’è stata una rivelazione. Continua a leggere